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A proposito del d.lg. 112/1998: e il volontariato organizzato?

di Nicoletta Gazzeri


Si riassumono di seguito i contenuti di una proposta avanzata dalla sezione di Torino di Italia Nostra, che va ad inserirsi nel dibattito suscitato dal d.lg. 112/1998. Nel testo di riforma, infatti, non sono previsti spazi di rappresentanza consultiva per il volontariato organizzato, presenti invece nell'ordinamento di altri Stati. Italia Nostra ritiene che il volontariato possa, al contrario, svolgere un ruolo prezioso di collaborazione e di stimolo verso la pubblica amministrazione, anche dando voce ad istanze più vaste. Propone, inoltre, che si definisca un vero e proprio diritto all'informazione in merito ai beni culturali di interesse pubblico e avanza l'ipotesi di istituti di trasparenza innovativi.

La sezione torinese di Italia Nostra ha recentemente trasmesso alla Direzione nazionale dell'associazione una bozza di proposta di legge che contiene diversi spunti innovativi, anche nel quadro della riforma prodotta dal d.lg. 31 marzo 1998, n.112.

Su tale proposta è intenzione dell'associazione interpellare esponenti parlamentari per avviarne la discussione alle Camere e promuovere un dibattito allargato ad altre componenti del volontariato organizzato a livello nazionale.

Il testo di Italia Nostra contiene una positiva valutazione del decreto di riforma già citato, che schiude nuove possibilità di attivare un concorso di idee e risorse tra varie componenti dell'amministrazione e della società civile coinvolte nelle politiche dei beni culturali.

Lo spunto critico è dato dal fatto che, dando vita alle nuove Commissioni regionali per i beni e le attività culturali (art. 154), il decreto non prevede al loro interno nessun esponente delle associazioni di volontariato riconosciute operanti nel settore.

Si osserva che, fino ad oggi, l'attività dell'amministrazione dei beni culturali, spesso concepita nei modi - necessari, ma esclusivamente negativi - del vincolo, del divieto, delle limitazioni all'uso e alla fruizione, non ha favorito per un verso una conoscenza diffusa sulle condizioni del patrimonio sottratto a una fruizione pubblica, finendo con l'ingenerare nei cittadini, anche i più attenti, un senso di impotenza e di disaffezione, né ha incoraggiato un fattivo apporto di segnalazioni, di idee e di risorse da parte del volontariato organizzato del settore, fino al primo passo in tale direzione segnato dalla legge Ronchey (l. 4/1993).

Questa separatezza tra le amministrazioni che hanno in consegna i beni e i cittadini, fruitori e destinatari di essi, produce effetti ampiamente negativi, sottraendo agli organi di tutela un aiuto in termini di vigilanza e di segnalazioni (si pensi, al riguardo, alla situazione della provincia quando gli uffici di Soprintendenza sono concentrati nel solo capoluogo di regione, come il Piemonte), ma anche, talvolta, l'opportunità di agire di più e meglio valorizzando gli apporti spontanei offerti da gruppi o comunità locali.

Va ricordato, a questo proposito, che tra le Conclusioni del Rapporto del Consiglio d'Europa sulle politiche culturali in Italia compare un netto invito ad inserire il tema della partecipazione fra gli obiettivi "importanti" della politica culturale nazionale [1].

Il ruolo del volontariato organizzato si è dimostrato per contro, negli anni, sempre più determinante per smuovere situazioni apparentemente insolubili con le sole risorse delle amministrazioni pubbliche. Viene da pensare, per citare due soli esempi, al caso della Venaria Reale presso Torino, riaperta e manutenuta per anni dal tenace lavoro di un'associazione locale, e ora candidata a un imponente recupero con i fondi dell'Unione Europea; oppure al capillare e notevolissimo lavoro di "Napoli 99", l'associazione che ha restituito a Napoli gran parte del suo patrimonio "nascosto" di chiese e opere d'arte.

Ma questa lontananza dell'amministrazione dalla cittadinanza, prosegue il documento di Italia Nostra, ha assunto anche il carattere di una vera e propria assenza di trasparenza, che contiene un ulteriore rischio: quello di lasciare l'attività di un intero settore pubblico al di fuori di ogni effettiva possibilità di valutazione, innanzitutto preventiva, da parte dell'opinione pubblica, soprattutto nei suoi settori più qualificati e motivati.

A chi non è successo - anche prima della tragica serie di crolli, incendi, vandalismi degli anni '90 che non è il caso di rievocare - di trovarsi di fronte a edifici, scavi archeologici, ali di musei chiusi da cantieri apparentemente eterni, senza ricevere spiegazioni non solo sui motivi dell'intervento e della sua sospensione, ma anche sulla sua natura e senza poter, ovviamente, vedere i luoghi o gli oggetti nella loro collocazione e nel loro stato di conservazione, farsi una pur vaga idea delle scelte di intervento adottate, delle tecniche impiegate e dell'andamento dei lavori?

Per altro - prosegue il documento - "in una moderna concezione della funzione pubblica, il raggiungimento dell'utile pubblico si intende sempre più spesso come il risultato di una cooperazione e di un reciproco ascolto tra pubblica amministrazione e società civile, nelle sue componenti di volta in volta coinvolte o interessate, valorizzando l'apporto originale, critico o attivo di queste ultime e incoraggiando la trasparenza dell'attività amministrativa".

A fronte di questa situazione si registra, infatti, in diversi Stati esteri un orientamento di tenore opposto, sempre più orientato a garantire da parte dell'associazionismo privato, anche di base, un apporto fattivo e collaborativo verso i poteri pubblici che tutelano il patrimonio, soprattutto storico e monumentale.

Ad esempio, in Inghilterra è garantito ai Building Preservation Trusts e alle Amenity Societies (vere e proprie associazioni di volontariato di base) uno status consultivo presso le pubbliche amministrazioni per quanto riguarda ristrutturazioni edili e urbane e interventi su edifici di pregio della rispettiva zona.

In Francia, le associazioni private, sia di proprietari, sia di tipo protezionistico, concordano con lo Stato iniziative di sensibilizzazione (ad es. cantieri di lavoro), di restauro, di promozione turistica, ricevendone incentivi fiscali e sussidi. A livello locale, responsabili di associazioni figurano, accanto a specialisti, rappresentanti di enti locali e funzionari delle Direzioni del patrimonio, nelle Corephae (Commissioni regionali del patrimonio storico, archeologico ed etnologico), organi consultivi per la "classificazione" di un monumento o la sua iscrizione nell' "Inventario supplementare dei monumenti storici", quindi per il suo assoggettamento ad un particolare controllo pubblico.

La richiesta avanzata da Italia Nostra è, dunque, per un verso di garantire la partecipazione delle associazioni di volontariato qualificate, in quanto portatrici di istanze pubbliche, alla discussione delle politiche di intervento sui beni culturali.

Le associazioni non a fini di lucro che operano da anni, con provata serietà e credibilità, nel campo della tutela e della valorizzazione dei beni culturali, individuate a livello regionale grazie ad appositi albi, dovrebbero venire rappresentate nelle Commissioni regionali per i beni e le attività culturali ex d.lg. 112/1998, con funzione consultiva e facoltà di avanzare proposte, pareri ed emendamenti, salvo che per gli impegni di spesa pubblica di cui siano beneficiari soggetti privati.

A questa è abbinata un'altra richiesta, che verte sulla trasparenza della tutela e della gestione dei beni culturali anche - ed è un aspetto spiccatamente diverso rispetto ai diritti di accesso garantiti dalla l. 241/1990 - nel merito delle situazioni dei beni (siti, edifici o parti di edifici, raccolte e depositi chiusi al pubblico), oltre che delle azioni intraprese.

Si chiede la definizione di un generale diritto di informazione in merito ai beni culturali, di cui tutti i cittadini dovrebbero essere beneficiari, come portatori di un interesse pubblico, per il tramite di appositi organi di trasparenza.

In particolar modo, per le associazioni suddette si chiede, (non si dice peraltro se d'ufficio o, presumibilmente, dietro richiesta), una piena e tempestiva informazione sull'attività degli organi statali e regionali incaricati della tutela, della gestione e della valorizzazione dei beni culturali.

Si propone quindi la figura di un "Garante per la trasparenza" nominato dalle Commissioni regionali entro una rosa di nomi indicati dalle associazioni rappresentate al loro interno, il quale dovrebbe tutelare il suddetto diritto all'informazione, sia a vantaggio delle associazioni summenzionate, sia di privati cittadini (non, però, a tutela di interessi privati).

Esso avrebbe, grosso modo, le facoltà e le funzioni di un "difensore civico" dei beni culturali e potrebbe ricorrere presso gli organi, periferici o centrali, del Ministero dei beni e delle attività culturali in tutela di beni, sia pubblici sia privati, per cui si tema un pregiudizio di qualunque sorta.

Il Garante avrebbe inoltre la facoltà di accedere, solo o con l'accompagnamento di esperti, (salvo motivate eccezioni per ragioni di sicurezza o rischio per i beni stessi e in modo da non ostacolare o pregiudicare le attività in corso) ai siti, agli edifici, ai depositi o alle raccolte chiusi al pubblico, nonché ai cantieri di restauro [2].

Le Soprintendenze o gli organi regionali addetti al patrimonio culturale e ambientale sarebbero, ai sensi del documento, tenuti a fornire al Garante una sede e le strutture necessarie a espletare le sue attività. Questi "potrebbe", inoltre, ricevere un'indennità decisa dalla Commissione per i beni e le attività culturali ed erogata dalla regione di appartenenza.

L'amministrazione chiamata in causa dal Garante avrebbe l'obbligo di rispondere a interpellanze o ricorsi entro un termine fisso di sessanta giorni.

Come evidente, si tratta di una forte affermazione di una esigenza di informazione e di "partnership" da parte dell'associazionismo culturale, destinata presumibilmente ad aprire un dibattito dai contenuti in gran parte nuovi.


Note

[1] "6.13 Participation. The Examiners noted only limited national concern for participation as an important cultural policy aim. This would seem to be the result of (a) fragmentation of responsabilities, and (b) an overriding financial concern with maintaining or restoring institutions and historic evidence of the past. Local (and regional) authorities were more sensitive to this issue, but policies tended to have a poor focus. We believe there is an important national role in communicating the importance of this area and, in particular, to make it easier for local connections to be made with the state education system (...)." Da notare anche il seguente "6.14 The Cultural Heritage. (...) Whilst appreciating the scale of the problem and its concomitant responsabilities, as well as the dedication of the professional staff, the Examiners were surprised at the extent to wich it was assumed that the principle of the protection should have higher priority than public access of interpretation" e, in quanto sembra addirsi al tema in esame, il passo poco più oltre: "Communication must be a strategic priority for the Ministry and for the other government departments involved in cultural policy, if they want to increase support for their efforts from both the general public and the private sector". Cfr. Cultural Policy in Italy, European Program of National Policy Reviews, Strasburgo 1995.

[2] "Per verificare la consistenza e la conservazione dei beni e l'applicazione di norme di sicurezza, criteri di manutenzione e di buona conservazione, metodologie di intervento in riferimento alle normative e agli indirizzi vigenti a livello nazionale o locale" (dal testo).


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